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Patogeni fungini: la lista prioritaria dell’OMS | Non una...

Non una semplice classificazione, piuttosto un invito ad agire...

N.1 2025
Editoriale
Patogeni fungini: la lista prioritaria dell’OMS

Maurizio Sanguinetti
Dipartimento di Scienze di Laboratorio e Microbiologia, Fondazione Policlinico Universitario “A. Gemelli”, Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma

Non una semplice classificazione, piuttosto un invito ad agire nei confronti di un fenomeno che, se prosegue, sottovalutato, potrebbe evolvere in una rilevante crisi sanitaria globale

 

img1La lotta alla resistenza antimicrobica è da anni al centro del dibattito scientifico e sanitario globale. Tuttavia, troppo spesso si è posta l’attenzione esclusivamente sui batteri, trascurando un altro attore sempre più rilevante: i funghi patogeni. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha acceso i riflettori su questa problematica pubblicando, nel 2022, la prima lista prioritaria di funghi patogeni, segnando un punto di svolta per la salute.

Questa lista identifica 19 specie fungine suddivise in tre livelli di priorità – critica, alta e media – in base a criteri di impatto clinico, mortalità associata e resistenza ai farmaci antifungini. Non si tratta di una semplice classificazione, ma di un chiaro invito all’azione per ricercatori,clinici e decisori politici. È un monito che non può più essere ignorato.

Tra i funghi di priorità critica spiccano Aspergillus fumigatus, Candida auris e Cryptococcus neoformans. Il primo è responsabile di aspergillosi invasive in pazienti immunocompromessi e sta mostrando una preoccupante resistenza agli azoli, attribuita in parte all’uso di fungicidi agricoli che selezionano ceppi resistenti. C. auris è ormai sinonimo di emergenza sanitaria globale: resistente a più classi di antifungini e capace di causare epidemie in ambienti ospedalieri, rappresenta un vero incubo per la sanità pubblica, data la sua capacità di persistere sulle superfici e sfuggire alle comuni misure di disinfezione. C. neoformans, invece, è una minaccia silenziosa che colpisce soprattutto i pazienti con HIV/AIDS, causando meningiti ad altissima mortalità.

Un caso particolarmente significativo è quello di Candida parapsilosis, classificata nella lista come priorità alta. Sebbene in passato fosse considerata meno problematica rispetto ad altre specie di Candida, il suo ruolo sta cambiando rapidamente.

C. parapsilosis è spesso implicata in infezioni nosocomiali, specialmente in pazienti pediatrici e neonatali. Un aspetto allarmante è il crescente sviluppo di resistenza agli azoli, in particolare al fluconazolo, che rappresenta una delle prime linee di trattamento. Questa resistenza è stata attribuita sia a mutazioni nei geni che codificano gli enzimi bersaglio di azione degli azoli, che ad aumentata espressione delle pompe di efflusso, meccanismi che riducono l’attività di questi farmaci nei confronti del fungo. Inoltre, la capacità di C. parapsilosis di formare biofilm su dispositivi medici invasivi, come cateteri venosi centrali, complica ulteriormente la gestione clinica delle infezioni, poiché i biofilm conferiscono una protezione ulteriore contro gli antifungini.

Ma perché questa attenzione ai funghi arriva solo ora? La verità è che, fino a pochi anni fa, la loro rilevanza era sottovalutata. Si credeva che le infezioni fungine fossero circoscritte a popolazioni specifiche, come i pazienti immunodepressi, e che fossero trattabili con le opzioni farmacologiche disponibili. Tuttavia, la realtà è più complessa. Gli strumenti diagnostici a volte non perfetti e spesso non implementati nella pratica clinica, la diffusione della resistenza e la limitata disponibilità di nuovi antifungini stanno trasformando queste infezioni in una sfida di portata globale.

La resistenza agli antifungini non è un fenomeno isolato. È alimentata da una molteplicità di fattori, tra cui l’uso intensivo di antimicrobici in agricoltura, che seleziona ceppi resistenti come nel caso di A. fumigatus. A ciò si aggiungono diversi fattori complessi e interconnessi. Il cambiamento climatico sta giocando un ruolo sempre più evidente: l’aumento delle temperature globali e le alterazioni climatiche hanno esteso l’area geografica di molti funghi patogeni, permettendo loro di colonizzare regioni un tempo inadatte alla loro sopravvivenza. Un esempio emblematico è appunto C. auris, la cui comparsa in diverse parti del mondo sembra essere stata favorita da temperature più elevate che hanno permesso al fungo di adattarsi meglio agli esseri umani. Fenomeni simili sono osservabili anche per funghi ambientali come Coccidioides spp., endemico di regioni aride e semi-aride, la cui diffusione si è ampliata in risposta a cambiamenti climatici che favoriscono la dispersione delle spore nel suolo. La coccidioidomicosi infatti è in aumento in aree dove in passato non era considerata un rischio significativo, come alcune regioni del Nord America.

Parallelamente, l’aumento del numero di pazienti vulnerabili amplifica il rischio di infezioni fungine. Questo fenomeno è legato al progresso della medicina moderna, che ha reso possibili trattamenti complessi, ma al costo di un maggiore rischio di immunosoppressione. Terapie oncologiche, trapianti d’organo, utilizzo diffuso di corticosteroidi e terapie biologiche sono solo alcuni esempi di interventi che compromettono il sistema immunitario, rendendo i pazienti più suscettibili a infezioni opportunistiche, comprese quelle causate da funghi difficili da trattare. Inoltre, condizioni croniche come il diabete, l’insufficienza renale e le malattie polmonari croniche aumentano ulteriormente il rischio di sviluppare infezioni fungine invasive. Un ulteriore elemento da considerare è che l’urbanizzazione accelerata e l’aumento dell’esposizione agli ambienti ospedalieri favoriscono la diffusione di infezioni fungine. I ricoveri prolungati in terapia intensiva, l’uso diffuso di dispositivi invasivi come cateteri e ventilatori meccanici, e le frequenti somministrazioni di antibiotici ad ampio spettro alterano il microbiota umano e aprono la porta alla colonizzazione fungina. Questi scenari rendono particolarmente difficile prevenire e gestire le infezioni fungine, soprattutto in contesti sanitari già sotto pressione.

Il quadro è aggravato da una carenza di dati epidemiologici. La maggior parte delle infezioni fungine non viene diagnosticata tempestivamente o accuratamente, specialmente nei Paesi a basso e medio reddito. Di conseguenza, non conosciamo appieno l’entità del problema né l’evoluzione della resistenza. È una battaglia che combattiamo a occhi chiusi. Di fronte a questa emergenza, quali azioni dobbiamo intraprendere? L’OMS propone una serie di strategie concrete. Innanzitutto, è essenziale accelerare lo sviluppo di nuovi antifungini. Attualmente, le opzioni terapeutiche si limitano ad appena tre principali classi di farmaci – azoli, echinocandine e polieni – che non solo sono insufficienti, ma, con poche nuove opzioni terapeutiche in sviluppo, rischiano di diventare inefficaci di fronte alla crescente resistenza.

In parallelo, occorre migliorare gli strumenti diagnostici. Tecnologie rapide, affidabili e accessibili possono fare la differenza tra la vita e la morte per molti pazienti. Non meno importante è il rafforzamento della sorveglianza epidemiologica: monitorare la diffusione dei funghi resistenti e raccogliere dati affidabili deve diventare una priorità globale.

Un altro punto chiave è la promozione di un uso responsabile degli antifungini, sia in ambito clinico sia agricolo. L’abuso di questi farmaci accelera inevitabilmente il fenomeno della resistenza, minacciando la loro efficacia per le generazioni future.

Infine, non possiamo dimenticare l’importanza della sensibilizzazione. La comunità scientifica deve continuare a fare pressione su governi, industrie farmaceutiche e organizzazioni internazionali per ottenere investimenti adeguati nella ricerca e nell’innovazione. La lista prioritaria dell’OMS non è solo un elenco, ma un richiamo all’azione. Rappresenta una presa di coscienza collettiva e un invito a non sottovalutare più un nemico che è già tra noi. Se non agiamo ora, le infezioni fungine potrebbero diventare una crisi sanitaria ancora più devastante di quanto immaginiamo. L’azione congiunta è l’unica via per prevenire il collasso delle nostre difese contro questi microrganismi.

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